Grande rivolta araba

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Grande rivolta araba
parte dei conflitti arabo-israeliani
Havlagah bus during 1936-1939 Arab revolt-British Mandate of Palestine.jpg
Un autobus ebraico attrezzato con schermature in grado di offrire protezione dalle granate
Data1936 - 1939
LuogoMandato britannico della Palestina
CausaOstilità araba nei confronti dell'autorizzazione del Regno Unito all'immigrazione ebraica
EsitoVittoria britannica, soppressione della rivolta
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
20 000 soldati britannici
Migliaia di soldati Haganah e Irgun
10 000 uomini
Perdite
Regno Unito:
262 morti
circa 550 feriti[1]
Ebrei:
300 morti[2]
4 giustiziati[1]
Arabi:
5.000 morti[3]
15.000 feriti[3]
108 giustiziati[1]
12.622 imprigionati[1]
5 esiliati[1]
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La grande rivolta araba (in arabo: ثورة فلسطين 1936‎, Thawra Filasṭīn 1936, "Rivoluzione della Palestina del 1936") fu un'insurrezione degli arabi palestinesi che ebbe luogo tra il 1936 ed il 1939 – nel corso del mandato britannico della Palestina – e si espresse in senso ostile agli ebrei. Non deve essere quindi confusa con la Rivolta Araba del 1916-1918, anti-ottomana, con la quale ha in comune un risentimento verso il Regno Unito.

Origini[modifica | modifica wikitesto]

La rivolta fu mossa essenzialmente dall'ostilità araba nei confronti dell'autorizzazione e dall'appoggio del Regno Unito all'immigrazione ebraica (Dichiarazione Balfour (1917)) e delle vendite di terre da parte dei latifondisti arabi agli immigrati. Infatti la popolazione ebraica in Palestina passò da 80 000 a 360 000 residenti fra il 1918 e il 1936 e gli arabi palestinesi temevano che questo li avrebbe portati a diventare una minoranza nel territorio destinato a diventare uno Stato indipendente alla fine del Mandato. L'ipotesi della creazione di uno stato ebraico in passato era già stata smentita dal governo inglese con il Libro Bianco del 1922, ma continuava comunque ad essere ritenuta possibile dalla popolazione araba, visto l'aperto sostegno inglese all'immigrazione ebraica.

Gli anni trenta iniziarono in una condizione di elevata tensione dovuta agli strascichi dei moti dell'aprile 1920 e maggio 1921 e soprattutto dei moti dell'agosto 1929, durante i quali era stata massacrata ed espulsa la secolare comunità ebraica di Hebron. Inoltre, gli arabi soffrivano l'incremento della disoccupazione tra la loro popolazione, dovuto principalmente alle politiche di assegnazione di numerose terre fertili ai coloni ebrei (le quali da quel momento erano - stando alla versione araba - fuori da ogni controllo o utilizzo futuro da parte della popolazione araba locale) e ai regolamenti voluti dai movimenti sionisti che vietavano ai non-ebrei di lavorare su queste terre.

Nel 1930 la commissione Hope Simpson, rilevò ufficialmente questi problemi e i rischi per la stabilità della regione sottoposta al Mandato britannico nel caso di un loro aggravarsi, sostenendo anche che, dati i sistemi di coltura dei coloni e tradizionali della popolazione araba, non vi erano più terre fertili disponibili da assegnare ai nuovi coloni. Inoltre, nel novembre 1935 i britannici avevano ucciso in uno scontro a fuoco vicino a Jenin Izz al-Din al-Qassam, attivo a Hebron nel 1929 e fondatore della milizia terroristica Mano Nera nel 1930.

Rivolta[modifica | modifica wikitesto]

Il 19 aprile 1936 scoppiò la rivolta. Una settimana dopo, il Muftī di Gerusalemme, Hajji Amin al-Husayni, fondò il Supremo Comitato Arabo, di cui fu sempre presidente. Il Comitato proclamò lo sciopero generale arabo pretendendo la fine dell'immigrazione ebraica in Palestina e il divieto di vendita delle terre agli ebrei. Circa un mese dopo l'avvio dello sciopero generale, il Comitato proclamò il rifiuto generale di pagare le tasse e incitò all'abbattimento delle amministrazioni comunali, chiedendo la fine del Mandato (in seguito alla sconfitta dell'impero Ottomano, alleato di Austria e Germania nella Prima guerra mondiale) e l'indipendenza nazionale, nonché elezioni immediate che, basandosi sulla prevalenza demografica araba, avrebbero prodotto, a loro parere, un governo arabo democratico.

Combattenti palestinesi di ambo i sessi (1936)

La ribellione si allargò all'intero Paese. Azioni armate insurrezionali si verificarono sporadicamente nel Paese, diventando sempre più organizzate col trascorrere del tempo. Un obiettivo particolare dei rivoltosi fu il principale oleodotto costruito solo pochi anni prima fra Kirkuk (Iraq) e Haifa: esso fu più volte dinamitato in vari punti. Altri attacchi colpirono le strade ferrate (inclusi convogli ferroviari). Colonie ebraiche, kibbutzim, quartieri urbani e singoli civili ebrei divennero bersagli per i cecchini arabi, per le loro bombe e le altre attività armate e terroristiche.

Solo dopo sei mesi, nell'ottobre del 1936, lo sciopero fu revocato e la violenza diminuì per circa un anno, finché nel 1937 la Commissione Peel deliberò di raccomandare la spartizione della Palestina fra ebrei e arabi, con un cambiamento rispetto alla linea politica fino ad allora seguita dai governi britannici.

Con la ripulsa di questa proposta, la rivolta riprese durante l'autunno del 1937, contrassegnata dall'assassinio dell'Alto Commissario britannico, Andrews, a Nazaret. Nel settembre 1937, dopo un fallito tentativo di arresto, le autorità britanniche rimossero il Mufti dalla presidenza del Consiglio Supremo Islamico e dichiararono illegale il Supremo Comitato Arabo. In ottobre Amīn al-Ḥusaynī fuggì in Libano e qui, dove rimase per due anni, ricostituì il Comitato sotto la sua guida.

A parte gli scontri nelle aree urbane, nelle campagne la rivolta toccò il numero di 10.000 militanti arabi al suo acme, durante l'estate e l'autunno del 1938. La violenza continuò per tutto il 1938 e infine si esaurì nel marzo 1939.

Risposta[modifica | modifica wikitesto]

I Britannici risposero alla violenza sia rafforzando fortemente il loro dispositivo militare con ulteriori 20.000 unità sia adottando un atteggiamento più severo nei confronti del dissenso arabo. "Detenzione amministrativa" (imprigionamento senza imputazione o processo), coprifuoco e demolizione di abitazioni furono le pratiche cui ricorsero i Britannici in questo periodo. Tuttavia, vi fu anche una risposta politica, con il rapporto della Commissione Peel del 1937 e con la pubblicazione del Libro Bianco del 1939.

La principale organizzazione militare ebraica, l'Haganah, nata in risposta ai moti del 1920 e trasformata in un esercito clandestino centralizzato forte di 14.500 uomini dopo i moti del 1929, appoggiò de facto gli sforzi repressivi britannici. Sebbene gli amministratori britannici non riconoscessero ufficialmente l'Haganah, le forze di sicurezza britanniche cooperarono con essa per formare la Polizia Ebraica degli Insediamenti, le Forze Ausiliarie Ebraiche e gli Squadroni Speciali Notturni, così da risparmiarsi la difesa della popolazione ebraica. Nel 1937 un gruppo minoritario scissionista dell'Haganah, l'organizzazione Irgun Zvai Leumi (chiamata anche per il suo acronimo ebraico Etzel), avviò una politica di rappresaglia e di vendetta, anche contro civili.

La decisione della Francia di attuare una repressione della dirigenza araba a Damasco e in Libano può aver costituito un fattore rilevante per metter fine al conflitto. La Grande rivolta araba proseguì per tre anni. Alla fine, nel settembre del 1939, i caduti arabi assommavano a più di 5.000, quelli ebraici a oltre 300 e quelli britannici a 262; almeno 15.000 arabi vennero feriti.[3] Più di 120 Arabi furono condannati a morte e circa 40 impiccati. I principali capi arabi furono arrestati o espulsi.

Risultati[modifica | modifica wikitesto]

La Rivolta non conseguì quasi nessuno dei suoi obiettivi politici. Tuttavia, con il Libro Bianco del 1939 il Regno Unito concesse che l'immigrazione ebraica sarebbe proseguita solo per altri 5 anni (e per un massimo di 75 000 immigranti), dipendendo da quel momento in poi dal consenso arabo: se non arrestata, l'immigrazione fu fortemente scoraggiata dalle autorità britanniche (de facto anche prima del Libro Bianco). Ciò accadde proprio mentre in Europa il nazismo scatenava la persecuzione e lo sterminio degli ebrei (Shoah) prima in Germania e poi via via in Austria, in Cecoslovacchia e negli altri paesi occupati durante la Seconda guerra mondiale.

Un'altra conseguenza degli scontri fu la disarticolazione fra le attività economiche ebraiche e arabe in Palestina, che erano state fino a quel tempo più o meno interconnesse. Per esempio, mentre la città ebrea di Tel Aviv era collegata al vicino porto marittimo arabo di Giaffa, le ostilità portarono a sviluppare un porto ebraico a Tel Aviv. Gli storici successivamente sottolinearono l'esplodere della Rivolta come un momento cruciale che portò la popolazione ebraica palestinese a rendersi sempre più indipendente e in grado di auto-sostentarsi.

Durante la Rivolta, le autorità britanniche tentarono di confiscare ogni arma in possesso della popolazione araba. Ciò, e l'eliminazione della parte più rilevante della leadership politica araba nel corso della Rivolta, influenzò non poco la decisione delle varie nazioni arabe d'intervenire militarmente in Palestina, nella Guerra arabo-israeliana del 1948, causata dalla improvvisa dichiarazione d'indipendenza dello Stato d'Israele, avvenuta immediatamente dopo la fine del Mandato britannico (14 maggio 1948), in attuazione della risoluzione 181 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Haim Levenberg, Military Preparations of the Arab Community in Palestine: 1945–1948, Londra, 1993, Routledge. ISBN 978-0-7146-3439-5, pagg. 74-76
  2. ^ Morris, 1999, pp.159-160.
  3. ^ a b c M. Hughes, The banality of brutality: British armed forces and the repression of the Arab Revolt in Palestine, 1936–39, 2009, English Historical Review Vol. CXXIV No. 507, pp. 314–354.

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