Global manga

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Global manga sono i fumetti realizzati da autori non giapponesi su imitazione dello stile, del disegno e dei temi dei manga giapponesi[1][2].

Definizione e nomenclatura[modifica | modifica wikitesto]

In Giappone il termine «manga» (漫画?) è utilizzato per riferirsi ai fumetti, indipendentemente dalla loro provenienza e tipologia. Tale definizione è piuttosto imprecisa e include anche strisce a fumetti, singole illustrazioni e caricature, purché realizzate con uno stile fumettistico, e in generale ogni tipo di narrazione grafica[3]. In Occidente, inizialmente negli Stati Uniti, il concetto di manga prese piede grazie all'opera fondamentale di Frederik L. Schodt e del suo libro del 1983 Manga! Manga! The World of Japanese Comics con il significato più ristretto di fumetti di origine giapponese[4][2][5]. Nel corso degli anni 1990 il termine si diffuse in questa accezione anche in Europa[6].

Con l'internazionalizzazione dei manga e della loro platea, venne popolarizzata una definizione degli stessi in base a caratteristiche stilistiche ricorrenti, quali: personaggi carini, dall'aspetto fanciullesco e gli occhi grandi; un approccio cinematografico nella narrazione e nell'impostazione di immagini e tavole; un alto grado di violenza grafica; e il frequente ricorso a temi fantastici e fantascientifici[7][8]. Per la combinazione di queste caratteristiche, in particolare nel character design, un'altra definizione adottata è stata quella di Japanese visual language ("linguaggio visivo giapponese")[9]. Anche processi produttivi e tipologie distributive tipicamente giapponesi, come la pubblicazione su riviste o narrazioni seriali raccolte in volumi di piccolo formato, sono spesso indicate come caratteristiche salienti dei manga, collegate però indissolubilmente al Giappone. Allo stesso modo, molte delle caratteristiche che definiscono lo stile visivo dei manga possono essere ricondotte a particolarità culturali e a un'origine tipicamente giapponese[5]. La combinazione di questo stile, generi e forme narrative tipiche, e il formato di pubblicazione che rimanda inevitabilmente a un'origine giapponese, formano una definizione molto più restrittiva di manga, per la quale la ricercatrice tedesca Jaqueline Berndt ha coniato l'espressione «manga proper» ("manga esatti")[10].

Nel senso più ampio del termine «manga» vengono identificate anche quelle opere straniere che si inseriscono nel solco della tradizione giapponese e ne ricalcano le peculiarità dello stile visivo[2]. Caratteristica saliente è l'appropriazione di elementi stilistici propri dei manga: ad esempio, un character design non eccessivamente muscoloso, viso tondo e occhi grandi, un'impostazione di tavole e vignette dinamica e uno stile narrativo cinematografico, dei riferimenti alla cultura giapponese o l'inclusione di temi e figure tipicamente nipponici[11]. Tali opere, nonostante non siano produzioni giapponesi, sono chiamate anche semplicemente manga. Nella letteratura accademica e nelle esigenze editoriali, infatti, non sempre si fa distinzione tra manga, fumetto giapponese, e il genere fumettistico da esso ispirato[12][4]. I rispettivi volumi sono solitamente esposti tutti insieme nelle librerie occidentali; come ha notato Schodt, però, questo può dipendere anche dal fatto che il loro formato è lo stesso e si differenzia da quello tradizionale dei fumetti statunitensi ed europei[13].

Poiché la parola «manga» è un prestito linguistico che nel mondo è passato a designare prevalentemente solo i fumetti di origine giapponese, ci sono stati tentativi di trovare termini più appropriati per riferirsi al sempre maggior numero di fumetti ispirati ai manga di autori non giapponesi[14]. Ma dal momento che questi ultimi sono molto diversificati e si contaminano con altre culture fumettistiche, questa classificazione è spesso soggettiva. Per questo è stato coniato il termine «global manga», per quelle opere straniere influenzate dallo stile giapponese[2][1][15]. Locuzioni alternative sono: «world manga»[16] o «manga-influenced comic» ("fumetto con influenze manga")[14]. Opere ispirate ai fumetti giapponesi provenienti da particolari aree geografiche o in lingue specifiche godono di nomenclature ancora più particolareggiate. Per fumetti simili in lingua inglese la definizione più diffusa è «original English-language manga» («OEL manga»)[14], mentre le produzioni statunitensi a volte vengono indicate come «amerimanga», sebbene questa venga usata solo di rado e spesso in senso spregiativo[15]. Altresì usate sono «euromanga» per le produzioni europee, «manfra» in Francia, «spaghetti manga» in Italia[17] e «dz-manga» in Algeria[18]. Per la loro natura di prodotti nati a imitazione di modelli giapponesi, anche i manhwa coreani e i manhua cinesi sono inclusi da alcuni nella definizione di global manga[19].

Tra i fattori che hanno concorso a far emergere la corrente del global manga figura la tendenza dei manga, intesi come sistema di elementi stilistici e narrativi, alla sincretizzazione e all'«addomesticamento» da parte di altre culture, che sono anche i motivi del successo planetario dei manga. Un'influenza notevole in questo senso ha rappresentato la collana internazionale How to draw Manga, che ha contribuito a diffondere l'idea di uno stile manga standardizzato[20][21].

Diffusione[modifica | modifica wikitesto]

Africa[modifica | modifica wikitesto]

Il continente africano è rimasto perlopiù estraneo al fenomeno del global manga, eccezion fatta per l'Algeria. A causa del suo passato coloniale e della vicinanza con la Francia, infatti, in Algeria una generazione di giovani autori è cresciuta avendo accesso alla bande dessinée francese e a manga e anime giapponesi, tradotti e doppiati, importati dalla Francia; tali apporti hanno fatto nascere una corrente dallo stile peculiare che si rifà largamente alle caratteristiche dei manga[22]. Queste produzioni vengono chiamate «dz-manga», dalla parola djazairi che sta per "algerino", e sono pubblicate soprattutto dalle case editrici Z-Link, Kaza Editions e Lazhari Labter. Avvantaggiate dal fatto di essere produzioni locali, economiche, culturalmente accessibili e accattivanti per una larga fetta di pubblico, i dz-manga hanno visto un vero e proprio boom a partire dagli anni duemila[18][23]. I dz-manga sono rivolti a platee sia maschili che femminili, motivo per cui la ricercatrice Alexandra Gueydan-Turek ha sostenuto che apportano un contributo positivo nel dare un senso di legittimazione alle donne nella società araba, ma che non sono sufficienti a scardinare del tutto le disparità di genere vigenti[22][18].

Europa[modifica | modifica wikitesto]

L'Europa fu tra i primi territori a vedere la nascita di fumetti locali in stile manga, qui chiamati anche «euromanga». I quattro mercati più sviluppati sono la Francia, l'Italia, la Germania e la Gran Bretagna[24].

In Francia il fenomeno dei global manga ha assunto proporzioni ragguardevoli, rendendolo il primo mercato mondiale davanti agli Stati Uniti[24]. Gli autori più rappresentativi sono Mathieu Blanchin, Frédéric Boilet, Nicolas de Crécy, Étienne Davodeau, Emmanuel Guibert, Fabrice Neaud e Bastien Vivès[17]. Molto attive nel campo sono le case editrici Les Humanoïdes Associés, che con le sue riviste e pubblicazioni ha promosso il lavoro di una gran varietà di artisti emergenti, e Ankama Éditions, che ha lanciato Dofus di Tot e Ancestral Z, City Hall di Guérin e Lapeyre, e Radiant di Tony Valente[17][25]. Questo movimento è stato definito «manga à la française», «manfra» o «franga»[26]. A esso è riconducibile anche la corrente della «nouvelle manga», un'avanguardia fumettistica che raccoglie autori francesi e giapponesi in una sintesi degli stili tipici della bande dessinée e dei manga[24].

La corrente italiana del global manga viene chiamata in senso leggermente spregiativo «spaghetti manga» e comprende quelle storie a fumetti realizzate da autori italiani su imitazione dello stile, del disegno e dei temi dei manga giapponesi[17]. Prima della coniazione del termine, un primo tentativo di fumetto italiano che riprendeva lo stile dei manga giapponesi fu Big Robot, realizzato da Alberico Motta nel 1980 per la casa editrice Edizioni Bianconi che tentò così di combattere il calo delle vendite e la concorrenza di manga e anime. Il termine specifico spaghetti manga nacque alla fine degli anni 1990 grazie all'editrice Comic Art, che nel 1997 pubblicò alcune miniserie a fumetti in stile manga[27]. Le case editrici che pubblicano queste opere sono Fandango, Kappa Edizioni e la sua rivista antologica Mondo Naif, Shockdom Edizioni, che pubblica la collana Fusion dedicata al genere, e Mangasenpai; mentre tra gli autori spiccano Andrea Accardi, Giovanni Mattioli, Davide Toffolo, Vanna Vinci, Andrea Iovinelli, Massimo Dall'Oglio, Luca Vanzella, Mauro Cao e Vincenzo Filosa[17][28].

Come ha notato il saggista italiano Marco Pellitteri, il fatto che in Francia e in Italia i manga siano più radicati e ormai connaturati nel gusto estetico di molti lettori e autori e anche una maggior maturità artistica di questi ultimi rispetto ad altri mercati, ha fatto sì che i fenomeni manfra e spaghetti manga si differenzino dalle altre manifestazioni regionali del global manga. In queste due nazioni lo stile manga è stato infatti ripreso con maggior coscienza e autorialità, venendo integrato nel solco della tradizione vigente del fumetto e della bande dessinée invece che essere emulato acriticamente. Molte opere appaiono quindi distintamente europee nelle ambientazioni, narrativa, tecniche utilizzate e temi trattati, ma includono reminiscenze grafiche e narrative tipicamente giapponesi[17][27].

La Germania è stata definita dalla ricercatrice Casey Brienza come il teatro europeo più interessante dei primi anni duemila per quanto riguarda le produzioni manga locali, anche in virtù di una scarsa tradizione fumettistica pregressa. Diversamente dagli altri Paesi europei, infatti, in cui gli autori e il target di riferimento sono prevalentemente maschili, i manga tedeschi sono realizzati in gran parte da autrici donne, spesso immigrate di prima o seconda generazione dall'Europa orientale o dall'Asia, che hanno sviluppato una produzione incentrata su opere shōjo e boys' love, indirizzate a un pubblico prevalentemente femminile[24]. A causa della vicinanza culturale e linguistica, il Regno Unito ricade in gran parte nel mercato manga e original English-language manga statunitense. Un'eccezione tipicamente locale è rappresentata dalla serie Manga Shakespeare della casa editrice SelfMadeHero, che dal 2007 al 2009 ha proposto versioni a fumetti in stile manga delle principali opere teatrali di William Shakespeare disegnate da artisti all'epoca poco più che amatoriali associati al circolo Sweatdrop Studios[24].

Nord America[modifica | modifica wikitesto]

Fumetti con influenze manga iniziarono a essere prodotti negli Stati Uniti a partire dagli anni 1980. Gli influssi erano però inizialmente limitati e il mercato per queste opere, come del resto anche per i manga giapponesi, molto ristretto[29]. Nel 1993 uscì per conto di Viz Media una prima raccolta di fumetti in stile manga di autori statunitensi[11]. Risale invece al 2000 il web comic dalle influenze manga MegaTokyo di Fred Gallagher, poi stampato da una varietà di editori[30]. Nel 2002 I.C. Entertainment lanciò un'antologia mensile di manga americani intitolata AmeriManga, diffondendo per queste opere la prima denominazione informale registrata: «amerimanga»[31]. Dai primi anni duemila incominciarono a pubblicare proprie linee di manga americani anche gli editori Tokyopop, con le fortunate serie Dramacon, Sunwell: la trilogia e Legends[30][32], e Seven Seas Entertainment, contribuendo a far emergere un segmento di mercato dedicato[29]. Altre case editrici più piccole attive nel settore sono Yaoi Press, eigoMANGA, Antarctic Press[30]. Stando a un'intervista del 2006 a Jeremy Ross, direttore editoriale di Tokyopop, il termine «original English-language manga», che include anche i prodotti in lingua inglese realizzati all'infuori degli Stati Uniti, ha poi guadagnato popolarità su quello meno neutrale di amerimanga, avvertito da alcuni come dispregiativo poiché sottointende che i prodotti a cui fa riferimento siano un'imitazione non all'altezza degli originali giapponesi[14][15].

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

A partire dagli anni duemila il fenomeno dei global manga è entrato in una fase di forte espansione. Per gli editori il vantaggio nel pubblicare materiale prodotto in casa risiede in un risparmio sull'acquisto dei diritti di licenza e sulle spese di adattamento; inoltre permette loro di ottenere tutta una serie di diritti sulle opere, dalle trasposizioni fino al merchandising, che invece nelle opere importate restano in genere in mano giapponese[14][33]. Rispetto ai manga, però, i fumetti in stile manga hanno sofferto di un ritardo nell'ingresso sul mercato e quindi di un bacino di utenza più piccolo. Inoltre, nei mercati in cui si sono diffusi, i global manga sono stati molto meno numerosi dei manga giapponesi, complice il fatto che per produrre una serie fatta in casa serve più tempo che non adattando in massa opere dal Giappone[32]. Da un punto di vista commerciale, nel mercato statunitense i best seller tra i global manga si sono rivelati spesso più lucrativi dei manga giapponesi, arrivando a vendere fino a 50 000 copie e figurando nella top 15 dei fumetti più venduti. I manga di maggior successo sono rimasti tuttavia ben più popolari, con cifre di vendita che sono almeno il doppio[32][33].

Sempre nello stesso periodo, in Occidente molti puristi hanno sostenuto che i fumetti realizzati da autori non giapponesi non possano essere né chiamati né considerati manga, preferendo adottare definizioni come «fumetto in stile manga», «pseudo-manga» o «emulation manga»[32][34]. Da queste e da altre definizioni, come amerimanga o spaghetti manga, è emersa una certa connotazione negativa per queste opere, avvertite come un semplice esercizio di imitazione dallo stile scadente e di qualità inferiore agli originali giapponesi[15][34]. Questa diatriba è stata rafforzata dalla definizione labile di manga e dalle stesse case editrici e distributori occidentali. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Viz Media, controllata da due delle più grandi case editrici giapponesi di manga, Shūeisha e Shogakukan, avendo a disposizione un serbatoio pressoché inesauribile di materiale dal Giappone, ha tenuto posizioni molto conservative nella definizione di manga come opere unicamente giapponesi e ha rinfacciato alle altre case editrici di ripiegare su fumetti in stile manga di autori statunitensi solo per difficoltà nel reperire opere licenziabili dal Giappone[14][33]. Altri editori hanno risposto affermando che nel XXI secolo i manga sono ormai «un fenomeno globale e uno stile di narrazione visiva internazionale che trascende l'origine nazionale»; per cui è lecito considerare manga anche prodotti di origine extra giapponese[14].

Ben lontane dal sentirsi minacciate dall'emergere di manga creati senza il coinvolgimento giapponese, le stesse istituzioni nipponiche hanno incoraggiato questa tendenza, con il Ministero degli esteri giapponese che ha istituito nel 2007 il premio Japan International Manga Award per i migliori global manga. Il premio venne promosso nel 2006 dall'allora ministro Tarō Asō allo scopo di accrescere «la voce della cultura e subcultura pop giapponese» e «la comprensione della cultura giapponese tra i fumettisti stranieri»[35][36][37].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Brienza, p. 4.
  2. ^ a b c d Toni Johnson-Woods, p. 1f.
  3. ^ (EN) Jaqueline Berndt, Manga and ‘Manga’: Contemporary Japanese Comics and their Dis/similarities with Hokusai Manga, Japanese Art and Technology Center “Manggha” in Kraków, 2008.
  4. ^ a b Gravett, p. 8f.
  5. ^ a b (EN) Zoltan Kacsuk, Re-Examining the “What is Manga” Problematic: The Tension and Interrelationship between the “Style” Versus “Made in Japan” Positions, in Arts, vol. 7, nº 3, 2018, DOI:10.3390/arts7030026.
  6. ^ Gravett, p. 9.
  7. ^ Brienza, p. 7.
  8. ^ (EN) Frederik L. Schodt, The View from North America: Manga as Late-Twentieth Century Japonisme?, in Jaqueline Berndt e Bettina Kümmerling-Meibauer (a cura di), Manga's Cultural Crossroads, New York, Routledge, 2013, ISBN 978-0-415-50450-8.
  9. ^ Neil Cohn, Japanese Visual Language: The Structure of Manga, pp. 187–201.
  10. ^ (EN) Jaqueline Berndt, Manga, Which Manga? Publication Formats, Genres, Users, in Andrew Targowski, Juri Abe e Hisanori Kato (a cura di), Japanese civilization in the 21st century, Nova Science Publishers, 2016, pp. 121-134, ISBN 978-1-63485-598-3.
  11. ^ a b Schodt, pp. 326-328.
  12. ^ Schodt, pp. 36-42, 357f.
  13. ^ (EN) Frederik L. Schodt, Manga! Manga! The World of Japanese Comics, Kodansha America, 1983, pp. 13-27, ISBN 0-87-011752-1.
  14. ^ a b c d e f g (EN) Kai-Ming Cha e Calvin Reid, Manga in English: Born in the USA, Publishers Weekly, 14 ottobre 2005. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  15. ^ a b c d (EN) Christopher Macdonald, Tokyopop To Move Away from OEL and World Manga Labels, Anime News Network, 5 maggio 2006. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  16. ^ (EN) What is World Manga?, Seven Seas Entertainment. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  17. ^ a b c d e f (EN) Marco Pellitteri, Kawaii Aesthetics from Japan to Europe: Theory of the Japanese “Cute” and Transcultural Adoption of Its Styles in Italian and French Comics Production and Commodified Culture Goods, in Arts, vol. 7, nº 3, 2018, DOI:10.3390/arts7030024.
  18. ^ a b c (EN) Alexandra Gueydan-Turek, The Rise of Dz-manga in Algeria: Glocalization and the Emergence of a New Transnational Voice, in Journal of Graphic Novels & Comics, vol. 4, nº 1, giugno 2013, pp. 161-178, DOI:10.1080/21504857.2013.784203.
  19. ^ Brienza, pp. 8-9.
  20. ^ Brienza, pp. 3-4.
  21. ^ Jason Bainbridge e Craig Norris, Hybrid Manga: Implications for the Global Knowledge Economy, pp. 241-248.
  22. ^ a b Brienza, p. 13.
  23. ^ (EN) Djamila Ould Khettab, Manga gains popularity in Algeria, su middleeasteye.net, 16 ottobre 2015. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  24. ^ a b c d e Brienza, pp. 11-12.
  25. ^ (FR) Le « manfra » gagne du terrain, Le Parisien, 9 agosto 2015. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  26. ^ (FR) Pauline Croquet e Alexis Orsini, Japan expo: les mangakas français à la conquête du neuvième art nippon, Le Monde, 10 luglio 2016. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  27. ^ a b (EN) Marco Pellitteri, Manga in Italy: History of a Powerful Cultural Hybridization, in International Journal of Comic Art, vol. 8, nº 2, autunno 2006, pp. 56-76.
  28. ^ Andrea Fiamma, Dai manga in Italia ai manga italiani: Cao, Filosa, Vanzella, Fumettologica, 23 settembre 2018. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  29. ^ a b (EN) Jason Thompson, Manga: The Complete Guide, New York, Del Rey, 2007, p. xxvi, ISBN 978-0-345-48590-8.
  30. ^ a b c Brienza, p. 97-98.
  31. ^ (EN) Christopher Macdonald, I.C. promotes AmeriManga, su animenewsnetwork.com, 17 novembre 2002. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  32. ^ a b c d (EN) Martin Webb, Manga by any other name is..., The Japan Times, 28 maggio 2006. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  33. ^ a b c (EN) Elizabeth Tai, Manga outside Japan, su thestar.com.my, 23 settembre 2007. URL consultato il 28 ottobre 2019 (archiviato dall'url originale il 12 ottobre 2007).
  34. ^ a b Brienza, pp. 13-15.
  35. ^ (EN) Speech by Minister for Foreign Affairs Taro Aso at Digital Hollywood University "A New Look at Cultural Diplomacy: A Call to Japan's Cultural Practitioners", su mofa.go.jp, 28 aprile 2007. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  36. ^ (EN) Japan Launches International Manga Award, su icv2.com, 24 maggio 2007. URL consultato il 28 ottobre 2019.
  37. ^ (EN) About the Manga Award - Establishment of the Japan International Manga Award, Japan International Manga Award. URL consultato il 28 ottobre 2019.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Casey Brienza, Global Manga: 'Japanese' Comics without Japan?, Routledge, 2016, ISBN 978-1-317-12766-6.
  • Paul Gravett, Manga: 60 anni di fumetto giapponese, traduzione di Cinzia Negherbon e Céline Pozzi, Logos, 2006, ISBN 8879404784.
  • (EN) Toni Johnson-Woods (a cura di), Manga: An Anthology of Global and Cultural Perspectives, New York, Continuum Publishing, 2010, ISBN 978-0-8264-2938-4.
  • (EN) Frederik L. Schodt, Dreamland Japan: Writings on Modern Manga, Berkeley, Stone Bridge Press, 2011, ISBN 978-1-933330-95-2.


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